I Green Day sono un gruppo punk rock statunitense che insieme ai Blink-182 e i Rancid sta tra i gruppi punk di maggior successo commerciale.
Billie Joe Armstrong (voce principale e chitarra) e Mike Dirnt (voce e basso) nel 1988 diventano i Green day con la formazione come la conosciamo oggi, prendendo con loro l'attuale batterista il cui vero nome è Frank Edwin Wright III (e fino ad oggi non lo sapevo) ma chiamato Tré Cool (e questo lo sapevo) . Non sapevo però che il termine in slang significa "giornata passata a farsi le canne" ...
Nel 1994 raggiungono il successo con l'album Dookie (sinonimo di shit, "merda") in cui troviamo
E' nel 2004, dopo 4 anni di silenzio, che esce American Idiot, album di cui ho deciso di parlare.
A dieci anni da Dookie, i Green day sembrano cresciuti, nonostante si siano votati ad una facciata più commerciale del punk-rock. Se ne escono più incazzati che mai contro il governo di George W. Bush. American Idiot già dal titolo prende spunto da una famosa trasmissione statunitense di nome American Idol, e la prima traccia omonima (e primo singolo dell'album) parla appunto della smodata influenza dei mass media sugli americani.
In tredici tracce e circa un ora i Green day puntano il dito sul leader statunitense accusandolo di aver portato l'america in una guerra di cui non aveva assoluto bisogno strumentalizzando l'11 settembre. Sinceramente è difficile che riesca ad ascoltarmi tutto un album senza che mi venga a noia, questo è uno dei pochi di cui non sento il peso. Le canzoni sono varie, American Idiot è una traccia orecchiabile, ritmata, un buon singolo anche se forse non illustra nella sua complessità l'album. In Holiday li ritroviamo sempre allegri come non mai e forse più simili al loro sound piu classico, più classic-rock con Boulevard of broken dreams, e se ci manca il loro sound alla Dookie, abbiamo St. Jimmy, veloce e coinvolgente.
Io dico che è valsa la pena aspettare 4 anni per rivedere i Green day, che sono tornati alla ribalta e non con un album tappabuchi. Certo, magari molti possono dire che avrebbero preferito un lavoro meno commerciale, ma sinceramente mi piace, quindi chissenefrega :P
Ed ogni tanto un po’ di metal ci vuole. In questo caso epic metal (o power-epic). Con questo album mi sono dato alla musica "seria" (prima ascoltavo a caso quello che passavano le radio). Stavo in piena fase Fantasy alla "Signore degli anelli" e Nightfall in middle heart era perfetto per l'occasione.
Breve panoramica sui tedeschi power metal Blind Guardian: Il gruppo è attualmente composto da Hansi Kürsch (voce principale e precedentemente bassista) André Olbrich (chitarrista) Marcus Siepen (chitarrista) e Frederik Ehmke (batterista), ma solo dopo il 2005, quindi quando uscì questo album alla batteria c'era ancora Thomen Stauch. (lo testimoniano le firme che ho sui miei cd Bwahahah). Una cosa che caratterizza il loro sound, composto da veloci chitarre elettriche e doppia gran cassa tipico del power metal, è sopratutto la sovrapposizione di voci e suoni, che compongono un suono denso, complesso e fitto. E’ questo che rende il suono “epico” con l’insieme di cori onnipresenti nei loro brani e l’impressione di un’orda di musicisti che suonano insieme.
Siamo nel 1998, e dopo un certo periodo di silenzio esce il singolo Mirror Mirror a cui seguirà il concept album Nightfall in middle Heart, basato sul Silmarillion: un vero tributo alle opere di Tolkien. Si, sono 22 tracce, ma non vi fate spaventare perché la metà sono intermezzi che fanno da collante tra i brani, dei veri e propri interludi che aiutano a calarsi nell’atmosfera di questo antico manoscritto. Un vero e proprio racconto che conduce l’ascoltatore in un’altra dimensione, con le musiche dei Blind Guardian e il mondo di Tolkien. Il brano sicuramente più famoso e forse il più bello a detta di tutti è il singolo Mirror Mirror ma per il sottoscritto la quarta traccia Nightfall è il vero brano che lo fa andare fuori di testa, con la sua energia ed epicità tanto che l’ho bandito dallo stereo in macchina per tenermi la fedina pulita e non stirare chiunque a 180Km/h. C’è chi dice che questo è il migliore e chi il peggiore album dei Blind guardian. Quello che è sicuro è che è il collante tra due stili decisamente diversi quali sono il precedente Imaginations from the other side e il successivo a Night At The Opera.
Personalmente mi piace vedere i gruppi evolvere il proprio sound in qualcosa di diverso (entro certi limiti ovviamente) e il cambiamento di sound da questo album in poi l’ho gradito parecchio. Nightfall in middle heart e A Night at the opera sono a fin dei conti gli album che più mi piacciono dei teutonici Blind Guardian. Credo che quest’album valga la pena d’essere acquistato, come un bellissimo esempio di fusione tra lavoro musicale e lirico.
Io sono un fan accanito dei Muse, non nel senso che mi interesso sul colore delle mutande Bellamy, sinceramente abita ad uno sputo da casa mia ma poco me ne frega, nel senso invece che se sento una loro canzone do di matto e dimentico qualsiasi cosa. Peggio di una droga. Quindi fare questo post è discretamente più complicato (si, più complicato che per The Wall) perchè mentre sento l'album non riesco a scrivere, vado solo in estasi.
Quindi spegnerò I tunes.
Non sto troppo a dilungarmi sul gruppo, solo due nozioni: I Muse nascono nell'incontro dei Gothic plague di Mattew Bellamy e Domenique Howard con Christopher Wolstenholme (che era un batterista ma viene convinto da Bellamy a lasciare le bacchette per un basso). Vengono classificati come Alternative rock ma nel loro interno ci sono elettronica, progressive ed art rock, senza contare linee di pianoforte inspirate al romanticismo e gli ultimi lavori che spaziano persino su sonorità alla Morricone
Origin of symmetry è il secondo lavoro di questa band del Devon. Dopo Showbiz qui si riescono a scrollare di dosso quell'etichetta di sottogruppo dei Radiohead che si erano presi col primo album, ci sono ancora debiti con la band di Thom Yorke (sopratutto nella voce), ma giudicare l'album partendo dai Radiohead sarebbe irritante e limitante.
L'album si apre con i toni di una delicata ninna nanna di pianoforte, l'intro di new born, che poi esplode in acide cavalcate elettriche e chitarre distorte facendo subito capire il carattere dell'album. Nei live questa traccia è qualcosa di spettacolare. La band è particolarmente dotata nelle sue esibizioni live.
L’album ha sfornato due singoli di gran successo: Plug In Baby e New Born, assicurandosi una grande popolarità. Sopratutto Plug in baby, cavallo di battaglia del gruppo con un orecchiabilissimo riff di chitarra che ti rimane impresso a fuoco nella mente. L'estensione vocale del cantante è spettacolare (un uomo-gruppo che si occupa sia di chitarra che di tastiera ed ha la voce principale nella composizione dei brani.) sopratutto in Micro Cuts, dove gli acuti di Bellamy arrivano al culmine e la musica ti rapisce. Particolarmente degna di nota la cover di Feeling good di Nina Simone, un brano noir con sonorità blues che nonostante la presenza di una chitarra elettrica riesce a gettarti in un ambiente denso e fumoso.
L'album si chiude sulla magniloquente Megalomania, con un magnifico organo elettrico che sovrasta lo scenario
Che dire, già dall'esordio si era capito che la band non era da affatto da tralasciare, con questo album si riafferma, crescendo, e si capisce che ha molto da dare.
Nonostante gli AC/DC siano come tutti sanno un gruppo australiano, quasi tutti i suoi membri sono di origine britannica.
Questo famosissimo gruppo Hard & heavy è caratterizzato da uno stile semplice, grezzo, riff primordiali e di ispirazione blues, due chitarre, una ritmica e una solista, ed in primo piano un canto stridente ed aggressivo. In primo piano l'immagine del ragazzaccio con alcool, droga, ma il tutto condito da un discreta auto ironia (famosa l'immagine del chitarrista Angus Young sul palco in abito da scolaretto)
Il gruppo di forma il 31 dicembre 1973 e il nome glie lo dà la sorella dei due fratelli Young, unici elementi che rimarranno sempre fissi nel gruppo, leggendo un etichetta su un aspirapolvere.
Il primo cantante degli AC/DC sarà Dave Evans, che però farà in tempo a partecipare alla sola uscita del primo singolo per poi essere subito sostituito da Bon Scott. in realtà è per puro caso che gli AC/DC si imbattono in Bon Scott, questo era al momento l'autista del loro pulmann, che quando viene a sapere che il gruppo cerca un cantante si fa avanti et voilà, nel settembre del 1974, Scott divenne ufficialmente il cantante degli AC/DC.
Cinque album da studio al loro attivo, e il gruppo viene apprezzato, ma è con Highway to Hell del 1979, senza dubbio uno dei più grandi classici del rock, che gli AC/DC diventeranno finalmente famosi. E' il 19 febbraio del 1980, il tour mondiale per Highway to Hell si è appena concluso e qui si consumerà l'evento che segnerà il gruppo per sempre, segnandone la svolta.
A Londra il cantante Bon Scott viene trovato morto nella macchina di un suo amico. Le circostanze della morte non saranno mai chiarite completamente, ma a quanto pare il cantante aveva ingerito una dose troppo alta di alcolici che lo fecero soffocare nel sonno nel suo stesso vomito, si parla anche di una possibile congestione perchè rimasto inconscio nella macchina di notte al freddo, ma l'unica cosa che conta è che Scott è morto, e proprio nel momento in cui gli AC/DC sembravano aver trovato il successo e la loro forma migliore. Dopo un periodo di smarrimento i fratelli Young decidono comunque che, anche in memoria del loro amico, il gruppo non può fermarsi ed aprono le audizioni per un nuovo cantante, che sarà Brian Johnson. Con il nuovo cantante gli AC/DC prendono a lavorare al nuovo album e, nonostante una serie di appunti e abbozzi scritti da e con Bon Scott quando era ancora vivo, l'album viene riscritto da zero per rispetto alla sua memoria. Le linee musicali rimasero comunque le stesse e la voce di Brian Johnson sarà molto simile a quella di Scott, solo un po’ più acuta.
L'album che uscì il 25 luglio 1980 sarà intitolato Back In Black, a simboleggiare il loro ritorno in abiti da lutto e la copertina completamente nera, omaggio al loro amico scomparso.
Highway to Hell rese gli AC/DC famosi, Back in black li consegnò definitivamente alla storia. Si apre con Hells Bell ed i suoi rintocchi di una campana a lutto, campana che li accompagnerà fisicamente anche nei loro successivi concerti, enorme e con il loro logo marchiato a fuoco sopra, e il resto dell'album sarà composto dalle migliori canzoni che gli AC/DC avranno mai scritto: La famosissima "You Shook Me All Night Long",il brano più pop del gruppo, e uno dei singoli più trasmessi in radio della storia del gruppo, o la traccia che diede il nome all'album, Back in black, che ci regala uno dei loro riff più famosi. Essendo tendenzialmente semplici, gli AC/DC tendono a volte a "ripetersi" nei loro brani, ebbene, se volete cominciare ad ascoltarveli, credo che questo sia l'album adatto, perchè contiene tutto o quasi quello che possono darvi. Un album completo, che vi fa capire appieno chi sono gli AC/DC.
Parlando dei NIN mi sono imbattuto in questo genere di cui ignoravo l'esistenza se non accennato da qualche parte: L'industrial rock.
L'industrial rock è un genere che si è formato verso la fine degli anni 70 e gli inizi degli anni 80. Così come dice lo stesso nome , è la combinazione delle tecniche rock con quelle industrial.
Per il rock credo sia inutile scrivere di cosa si tratta, per quanto riguarda invece l'industrial, è un genere nato negli anni 70, e si tratta di una derivazione del Krautrock (di cui ho gia accennato in post come quello sui Ash Ra Tempel) su cui però pesano fortemente avanguardie artistiche tipiche del primo 900 e tutte quelle sottoculture dedicate all'esoterismo e/o paranoie cospirazionistiche.
Ci troviamo di fronte ad un genere che si slega dalla forma classica della canzone, e che usa fortemente il "rumore" respingendo quasi totalmente una forma melodica. (un casino assurdo insomma...)
Gli iniziatori dell'industrial possono essere i britannici Throbbing Gristle, tra i gruppi che ne derivano , anche se vanno tutti in direzioni diverse, troviamo invece i Cabaret Voltaire, i Clock DVA, gli americani Factrix, Boyd Rice, gli australiani S.P.K., i tedeschi Einstürzende Neubauten, l'italiano Maurizio Bianchi e gli sloveni Laibach.
Tornando invece al più recente industrial rock, come quello dei NIN, il sound è caratterizzato da un uso dell'elettronica e dalla presenza di chitarre fortemente distorte, sono diffusi i sintetizzatori e basso e batteria sono spesso sostituiti da sequencer e drum machine.
Maledetta Telecom ieri ha deciso che non sarei stato online, ma oggi eccomi di nuovo qui, e visto che li abbiamo accennati nel post su Marilyn Manson, direi che è ora di fare un post anche su Trent Reznor e soci..
I Nine inch nails (abbreviati NIN) sono un gruppo industrial rock statunitense che si è formato per volontà dello storico leader Trent Reznor nel 1988.
Con la loro musica, uno scontro tra rock, industrial ed elettronica a volte attorniato da reminiscenze metal e new wave, hanno al loro attivo 5 album in studio, e quello di cui parleremo in questo post è The Downward Spiral (anche noto come Halo 8), terzo album da studio, uscito due anni dopo Broken e che rappresenta il picco della carriera dei N.I.N., e una delle massime espressioni dell'industrial-rock.
"Mister Autodistruzione" (così è stato ribattezzato Reznor grazie proprio a questo album) realizza con The Downward Spiral un concept album pieno di beat martellanti, snervanti e caotici e su cui dominano chitarre abrasive e ultra-distorte, e la sua voce che alterna un registro sensuale e minaccioso ad urla disumane, con l’intento di calarci nella confusione mentale e nella rabbia incontenibile del personaggio principale dell'album.
Reznor in queste 14 tracce ci narra del suo alter-ego "Mr.Self Destruct", e ci racconta la sottomissione al "sistema" dell'individuo protagonista, il quale troverà riparo, infine, nel suicidio. Un sistema al quale non si può sfuggire, perché è quello in cui iniziamo, proseguiamo e finiremo.
Quest'album ci porta a seguire una spirale distorta, tra follia, violenza e, appunto, l'auto-annientamento, tra ritmi martellanti, battiti pesanti e chitarre distorte, fino al compiersi della fantasia suicida nella title track, per poi spiazzarci con Hurt, l'emozionante ballata acustica traccia finale del disco.
Forse nessuno come Trent Reznor è riuscito a miscelare in un unico album la violenza e la psicosi di un personaggio insieme alla fragilità umana, così come nessuno prima di allora era riuscito ad unire in un modo pressoché perfetto i ritmi del rock con quelli dell'industrial, il lavoro che tempo prima avevano iniziato i Ministry.